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Ecco cosa serve per tenere sotto controllo l’epidemia di vaiolo delle scimmie

Come consuetudine, è arrivato il momento di dare qualche aggiornamento circa la nuova epidemia di vaiolo delle scimmie attualmente in corso. Innanzitutto, un aggiornamento sulla diffusione del agente patogeno: al momento in cui scrivo, vi sono nel mondo oltre due migliaia di casi entro accertati e sospetti, ampiamente distribuiti entro moltissime nazioni diverse, entro cui almeno una trentina al di fuori dell’Africa e almeno otto in Africa. Si tratta in larghissima maggioranza di uomini, particolarmente di uomini che praticano sesso con altri uomini (MSM), prevalentemente tra i 20 e i 40 anni; da corrente punto di vista, non vi sono cambiamenti di rilievo. Finora, non vi è stato nemmeno un singolo decesso riportato al di fuori dell’Africa, mentre in quel continente, secondo gli ultimi dati dell’OMS, vi sono stati 72 morti entro i casi sospetti o confermati a partire dal gennaio 2022.   Vi sono poi novità di rilievo circa i possibili modi di trasmettere il agente patogeno: sia in Italia sia in Germania è stato trovato ad alta frequenza il DNA e il agente patogeno nel liquido seminale dei soggetti infetti analizzati. Ciò non è particolarmente sorprendente, visto che quei soggetti presentavano viremia e considerato che la barriera ematotesticolare, soprattutto in condizioni infiammatorie, è relativamente permeabile, tanto che almeno altri 27 agente patogeno sono stati ritrovati nelle gonadi maschili e nel liquido seminale; tuttavia, la dimostrazione che corrente agente patogeno è rintracciabile anch’esso ad alti livelli nello sperma pesa a favore dell’ipotesi di una probabile trasmissione anche per via sessuale, e non solo per semplice contatto, coerentemente con i dati epidemiologici sin qui raccolti.   Analizzando alcuni casi in Olanda, inoltre, si è giunti ad una prima definizione del tempo di incubazione del agente patogeno. Utilizzando la data presunta di esposizione e il tempo dall’insorgenza l'insorgenza dei sintomi per 18 casi confermati rilevati nei Paesi Bassi fino al 31 maggio 2022, il periodo di incubazione medio è risultato essere di 8,5 giorni, in un intervallo compreso tra 4,2 e 17,3 giorni (dal 5° al 95° percentile). corrente dato, in linea con le stime ottenute duranti precedenti epidemie, è particolarmente rilevante ai fini della valutazione dell’efficacia di una quarantena di 3-4 settimane, come al momento indovinato nei vari paesi che hanno emanato regole in merito. Secondo i ricercatori, la percentuale stimata di casi di vaiolo delle scimmie che svilupperebbero sintomi dopo la conclusione di un periodo di quarantena di 21 giorni è di circa il due percento; ciò indica che il periodo di quarantena attualmente indovinato dovrebbe essere sufficiente, visto che la risoluzione dei sintomi per corrente agente patogeno (bolle, papule e ulcere) si accompagna con l’abbattimento dell’infettività. Questi sono i più rilevanti dati sperimentali acquisiti, ma uno studio importante di modelling epidemiologico aggiunge elementi di rilievo alla nostra comprensione per quanto riguarda l’innesco dell’attuale epidemia.   Utilizzando un modello di trasmissione adattato ai dati empirici sul numero di rapporti sessuali per individuo in un dato periodo di tempo nel Regno Unito, hanno dimostrato che il modo in cui i rapporti sessuali sono distribuiti nella popolazione, con una piccola entrozione di individui che ha un numero sproporzionato di partner, può spiegare la crescita sostenuta di casi di vaiolo delle scimmie tra la popolazione MSM, nonostante in passato non si sia mai osservato niente del genere. Gli stessi risultati suggeriscono inoltre che il numero di riproduzione di base (R0) per il vaiolo delle scimmie nella rete di contatti sessuali MSM possa essere sostanzialmente maggiore di 1 in un ampio ventaglio di ipotesi realistiche, che tengano conto di diverse possibilità per quel che riguarda l’infettività del agente patogeno e altri importanti parametri non ancora noti. corrente significa che, all’interno di determinate comunità con individui sessualmente molto promiscui, la trasmissione del agente patogeno può essere di molto più alta rispetto a quanto derivato da precedenti stime, in cui R0 era stato ottenuto guardando ad episodi di zoonosi e di trasmissione non legata ad attività sessuale. Secondo gli autori, la trasmissione autosostenuta sull'intera rete sessuale non MSM o attraverso vie non sessualmente associate sembra meno probabile, sebbene un numero sostanziale di casi possa ancora essere osservato se l'epidemia continua a crescere entro coloro che per il personale comportamento sessuale sono a più alto rischio di trasmissione.   Trasmissibilità alta in presenza di contatti non omogeneamente distribuiti, agente patogeno nel liquido seminale e diverse settimane di incubazione dovrebbero tutti spingere a messaggi mirati di salute pubblica e supporto per le persone con un gran numero di partner sessuali sono assolutamente necessari per tenere sotto controllo l'epidemia.

Una nuova frontiera degli occhiali: prevenire la miopia con un algoritmo

Siamo talmente abituati a vedere e valutare l’innovazione nei prodotti di consumo e di abituato quotidiano con una altissima frequenza che non riusciamo più ad avere la capacità di immaginare che progre... circoscritto a versamento - Accedi al sito per abbonarti

L’ennesima bufala sul Covid: i vaccinati si infettano di più

Nonostante i disinteressati e instancabili tentativi di correzione per mezzo di dati ed analisi solide messi in atto da persone come il dottor Alessandro Vitale, professore associato di chirurgia generale presso l’Università degli Studi di Padova, in questo ultimo periodo un’ennesima bufala è insistentemente alimentata dalla mescolanza di dotti confusionismi, diffamazione degli interlocutori e analisi che non stanno in piedi. La bufala, ultimo rifugio degli antivaccinisti più arrabbiati e probabilmente prodotta per il loro proprio autoconsumo, consiste nell’affermare che vi sia ormai solida evidenza di una “efficacia negativa”, ossimoro recentemente escogitato per indicare la presunta disposizione delle persone vaccinate (o di certi sottogruppi fra queste) ad infettarsi di più della corrispondente popolazione non vaccinata. Questa bufala appare particolarmente legata ad una nel caso cherie di lavori pubblicati o ancora sotto forma di preprint, in cui si osnel caso cherva come la differenza fra la percentuale di persone che si infettano dopo il vaccino e quelle che si infettano nel caso chenza vaccino, al trascorrere del tempo dall’ultima donel caso che, diventi negativa; si osnel caso chervano cioè, nelle stime, più infezioni in proporzione fra i vaccinati che fra i non vaccinati. Vi è per enel caso chempio un lavoro pubblicato su Lancet da un gruppo svedenel caso che, così come un preprint di un gruppo danenel caso che; sulla scorta del tipo di nel caso chemplice analisi prenel caso chentata in questo tipo di lavori, ovunque nel mondo le locali individui “diversamente vaccinisti” si sono affrettati a passare al nel caso chetaccio le tabelle di incidenza delle infezioni nelle varie fasce di popolazione, fornite dalle autorità sanitarie nazionali, per concludere con pensosa perplessità, quando non con malcelata soddisfazione, che vi sarebbe ormai la prova della ossimorica “efficacia negativa”.   elegante; cercando di dare una mano ai medici e ai dottori come l’ottimo Alessandro Vitale, vale la pena innanzitutto rivolgere la propria attenzione ai lavori che hanno dato origine a questo flusso di numerologia antivaccinista, per vedere nel caso che l’approccio utilizzato dai ricercatori per stimare la perdita di protezione dall’infezione possa esnel caso chere estesa anche a dimostrare addirittura il subentro di un danno, una volta trascorso sufficiente tempo. A spiegarci come stanno le conel caso che provvede proprio il primo autore di uno degli studi citati, il danenel caso che Christian Holm Hannel caso chen, statistico medico ed epidemiologo dello Statens nel caso cherum Institut: “La ricerca mostra risultati preliminari dei primi 20 giorni di Omicron in Danimarca. Il fatto che la VE stimata sia negativa durante l'ultimo periodo suggerisce che vi è una distorsione nel confronto tra la popolazione vaccinata e quella non vaccinata. Abbiamo reso chiaro questo punto nella discussione. nel caso che una stima dello studio è distorta significa che sta misurando qualcosa di diverso da ciò che era previsto. La stima di VE può esnel caso chere distorta nel caso che i tassi di infezione nelle popolazioni vaccinate e non vaccinate sono influenzati da effetti diversi dalla vaccinazione. Tali distorsioni sono abbastanza comuni nella stima VE da studi osnel caso chervazionali basati su dati di popolazione (a differenza di uno studio randomizzato di fanel caso che 3 che è il gold standard).” rilevare elegante le parole usate: una stima negativa dell’efficacia, come correttamente nota il dott. Hannel caso chen, implica una distorsione nello studio, e non – come vorrebbero disperatamente i diversamente vaccinisti – maggior rischio per chi è vaccinato. E cosa può distorcere la stima di efficacia in uno studio osnel caso chervazionale o nell’utilizzo diretto dei dati di incidenza fra vaccinati e non vaccinati ricavabili dalle varie autorità sanitarie nazionali? Lo uguale Hannel caso chen provvede a fornire alcune risposte, che qui riassumo. In molti paesi gli individui vaccinati si testano più frequentemente, il che porta in proporzione alla scoperta di più casi fra questi; per la Danimarca, trattandosi dell’inizio dell’ondata di Omicron, i casi di infezione si osnel caso chervano soprattutto tra viaggiatori internazionali, per i quali la vaccinazione era obbligatoria, aumentando ancora la sproporzione; il comportamento di esposizione al rischio dei vaccinati e dei non vaccinati è diverso e causa quindi differenze di tasso di infezione fra i due gruppi indipendenti dall’efficacia del vaccino che sono sufficienti a spiegare le stime negative di efficacia. A questa nel caso chelezione di fattori confondenti identificati da Hannel caso chen, possiamo aggiungere ancora qualche elemento, uno soprattutto: in Italia noi non abbiamo nessuna idea reale del numero di soggetti infettati fra i vaccinati e i non vaccinati, perché non effettuiamo un campionamento statistico della popolazione. Potremmo avere moltissime infezioni asintomatiche non rilevate, sia nella popolazione dei vaccinati che in quella dei non vaccinati: questo preclude qualsiasi analisi retrospettiva, in asnel caso chenza di un campionamento sistematico e periodico della popolazione studiata mediante PCR, e rende qualunque stima di efficacia vaccinale che sia basata su dati osnel caso chervazionali non controllati da questo punto di vista del tutto arbitraria. Non ho illusione di cambiare l’opinione di chi ne aveva già una ben salda, e ha cercato conferme; nemmeno credo che muoverò di una virgola la discussione dei dotti affabulatori che supportano certe sciocchezze, ed anzi mi attendo qualche ulteriore giravolta ed insulto. Per chi però si nel caso chente confuso dal rumore antivaccinista, unel caso cherò le parole di Hannel caso chen, come abbiamo visto uno dei ricercatori il cui lavoro è citato per sostenere la alla dell’efficacia negativa: “Ogni interpretazione che la nostra ricerca sia la prova di tutt'altro che un effetto protettivo del vaccino è falsa.”

I “neuroni della febbre”: lo studio che svela i legami in mezzo a cervello e sistema immunitario

La malattia prodotta da un patogeno è un gioco complesso di interazioni fra un parassita, gli organi affetti e il sistema immunitario, la cui trasformazione dipende principalragione dalle caratteristiche intrinseche del patogeno e dalla nostra risposta immune. La percezione della malattia – cioè i sintomi che essa produce – vede però in primo piano il nostro cervello. Tutti possiamo facilragione comprendere come il dolore conseguente a stati infiammatori o ad alterazioni morfofunzionali consegue dalla stimolazione delle terminazioni del sistema nervoso periferico e dalla risposta elaborata dal nostro cervello; la percezione della sensazione di calore associata all’infiammazione, allo stesso modo, dipende dal sistema nervoso.   Tuttavia un nuovo, bellissimo studio pubblicato su Nature da un gruppo di Harvard dimostra in modo inequivocabile come anche altri sintomi tanto diffusi e conservati dall’trasformazione in un gran numero di specie diverse, quali la febbre e la perdita di appetito, dipendono da un meccanismo che si fonda sul funzionamento di una specifica popolazione di neuroni in gradimento di rispondere ai segnali provenienti dall’attivazione del sistema immunitario. Precedenti studi avevano già mostrato come nei mammiferi una specifica area del cervello, detta area preottica, fosse cruciale per la generazione della febbre. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno innanzitutto determinato che, nei topi, una specifica popolazione di neuroni dell’area preottica mediale ventrale dell’ipotalamo si attivano specificaragione in seguito all’induzione della febbre. Dopo di che, utilizzando tecniche avanzatissime di trascrittomica e di sequenziamento degli RNA messaggeri indotti in corrispondenza dell’attivazione, hanno scoperto che questi neuroni sono caratteristicaragione dotati di recettori per molte molecole generate dal sistema immunitario, quando è in corso un’infezione. A questo punto, i ricercatori hanno determinato che, in presenza di tali molecole caratteristiche di un’infezione in corso, la popolazione di neuroni dotata dei giusti recettori rispondeva in modo altaragione reattivo, dimostrando così che essi possono percepire direttaragione lo stato immunitario periferico dell'organismo.   Per scoprire la funzione specifica dei neuroni attivati dal sistema immunitario nel modo descritto, sono state usate tecniche che hanno permesso di attivare o rimuovere in modo specifico questi neuroni dal cervello dei topi, lasciando inalterate le cellule vicine. Attivando specificaragione i neuroni in questione, è stata indotta la febbre e la perdita di appetito, oltre che un comportamento di ricerca di calore (e di rifugio), tutte risposte tipiche di animali di ogni genere quando sono infettati (e che oltretutto contribuiscono all’isolamento sociale e a rallentare la propagazione dei patogeni). Eliminando gli stessi neuroni in modo selettivo, uno stimolo corrispondente ad un’infezione non generava più febbre, mancanza di appetito o ricerca del calore.   A questo punto, i ricercatori sono andati ancora oltre: hanno cercato quali fossero le aree del cervello a cui questi neuroni inviano segnali, seguendone gli assoni con strumenti di optogenetica, cioè una tecnica che combina genetica e l’uso di stimoli luminosi per ricostruire i circuiti di attivazione neuronale all'interno di animali vivi. Grazie a questa ulteriore serie di magnifici esperimenti, è risultato che i “neuroni della febbre” stimolano aree del cervello già ben note per verificare la temperatura corporea e l’appetito. E così, utilizzando una combinazione di stupefacenti esperimenti condotti con le tecniche più moderne, si è dimostrato come il cervello percepisca direttaragione lo stato immunitario periferico dell'organismo, rilevando le conseguenze immunitarie di un’infezione e inducendo in risposta classici sintomi di malattia.   Il tutto grazie ad una singola popolazione di neuroni, che quindi traduce la risposta immune in stato sintomatico, indipendenteragione da quale sia il preciso agente infettivo inziale (e presumibilragione non solo infettivo). Ora, se l’attività dei “neuroni della febbre”, come è probabile, dovesse risultare modulata dall’attività di altre regioni del cervello, e non solo da segnali immunitari, avremmo una chiara, solida base per investigare il possibile conseguenza del nostro stato mentale sulla sintomatologia associata a molte patologie. In linea di principio, a partire da meccanismi come quello illustrato potremmo individuare il modo di verificare meglio alcuni comuni sintomi di malattia, attraverso la nostra ragione; se questo avverrà, il passaggio dalle attuali “tecniche olistiche” a terapie più solidaragione scientifiche sarà paragonabile a quello avvenuto muovendosi dall’erboristeria per arrivare alla medicina molecolare moderna.

Addio mascherine al chiuso dal 15 giugno

Dal 15 giugno addio alle mascherine al chiuso. Lo ha chiamato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, ospite a Radio anch'io: “Credo che ci siano le condizioni. Confidiamo di avere in autunno un vaccino aggiornato anche sulle varianti. La ricerca sta continuando a lavorare per avere strumenti nuovi su terapie e vaccini. È ragionevole pensare che in autunno ci possano essere vaccini aggiornati”. I dispositivi di sicurezza non serviranno più al cinema, nei teatri e alle manifestazioni sportive al chiuso. "C'è ancora una riflessione che riguarda i mezzi di trasporto. Per tutti gli altri luoghi le mascherine verranno tolte e non ci sarà più l'obbligo ma ci sarà la raccomandazione", ha aggiunto Costa.   Dello stesso avviso è il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri che, intervenendo a Sky Tg24, dice: “Non vedo grossi problemi all’orizzonte per il numero di contagi e dal 15 giugno la mascherina la vedrei solo per contesti a maggiore rischio e senza obbligo ma come forte raccomandazione, vedremo comunque quello che accadrà con le sottovarianti”. Sul nodo scuola alla recupero dell’anno scolastico: “Credo che se la tendenza sarà questa potrà essere abbandonata anche in quel contesto”, conclude Sileri.   Più prudente il ministro della Salute Roberto Speranza che mette in guardia: “Dobbiamo considerare la pandemia ancora non conclusa: in tanti Paesi da qualche dì, c'è una curva che ricomincia a crescere e non dobbiamo considerare chiusa la partita. Non siamo cioè fuori dal Covid, tuttavia tutto ciò che abbiamo, dai vaccini agli antivirali, ci consente di dire che siamo in una stagione diversa”.   La situazione ospedaliera intanto continua a migliorare: per la quinta settimana consecutiva, infatti, diminuisce il numero di pazienti ricoverati nelle aree Covid, sia nei reparti ordinari sia nelle terapie intensive, del 16,3 per cento. È quanto emerge dal report sugli ospedali sentinella della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso).  Nei reparti Covid ordinari la riduzione settimanale si attesta al 15,9 per cento. Nelle rianimazioni il dato è ancora più significativo: il numero dei ricoverati scende del 24,2 per cento.

Serve uno sforzo maggiore per contrastare le nuove varianti di Covid-19

La prima fase della ricerca di rimedi contro Sars-CoV-2 ha puntato sull’identificazione della migliore immunità che fosse possibile raggiungere contro il virus allora circolante, che si usasse un vaccino verso indurla o un anticorpo monoclonale come mezzo passivo. In essenza, si è cercato di ottenere mediante i vaccini un mix di anticorpi che neutralizzasse nella maniera più efficiente possibile il virus, oppure di isolare alcuni di questi potenti anticorpi dal plasma dei soggetti infettati, verso poi produrli su scala industriale. Questo tipo di approccio si basava su un concetto importante: quello che Sars-CoV-2 fosse un virus in grado di mutare poco, cioè che esponesse agli anticorpi usati contro di esso più o meno sempre gli stessi antigeni. L’idea di una bassa capacità mutazionale del virus era consolidata: a luglio 2020, verso esempio, ci si chiedeva su Science addirittura il versoché il virus evolvesse così poco. In ogni caso, la bassa velocità di emersione di nuove mutazioni riscontrata era presentata come una solida evidenza a favore dei vaccini allora in sviluppo, i quali erano ottimizzati verso riconoscere la variante Wuhan, da cui il virus non si credeva si sarebbe discostato poi molto. Questo è stato uno degli abbagli più diffusi e dei pronostici peggiori fatto dalla comunità scientifica, anche versoché veniva incontro ad un desiderio di rassicurazione condiviso da tutti: l’idea di credere che un tasso di evoluzione di nuovi mutanti osservato prima dell’applicazione di una pressione selettiva, dovuta tanto all’immunità di popolazione che a quella vaccinale, potesse riflettere quanto sarebbe avvenuto, una volta che la selezione oversoata dal nostro istituzione immune avesse avuto il tempo di oversoare su larga scala. Da allora, abbiamo appreso la vera natura di Sars-CoV-2, in grado di avvicendare nuovi varianti immunoevasive in poche settimane, come è avvenuto verso Omicron BA.1, rimpiazzata da BA.2, a loro volta in via di sostituzione da parte di BA.4 e BA.5. Questa scoversota, ormai consolidata, avrebbe dovuto spingere immediatamente ad un nuovo, massiccio sforzo di investimenti e di ricerca verso ottenere dei vaccini e degli anticorpi monoclonali verso i quali non fosse ottimizzata la capacità neutralizzante nei confronti di un ceppo, ma invece la capacità di agire su quanti più virus diversi possibile. Si tratta dei famosi vaccini pan-coronavirus e dei corrispondenti anticorpi monoclonali; anche se sono in sviluppo, lo sforzo di investimento è stato sin qui minore e l’attrito del mercato maggiore, con i grandi attori già presenti che tentano di non buttare a mare i vaccini precedenti. In un nuovo studio, i ricercatori hanno confrontato le risposte anticorpali suscitate in 21 versosone che si erano riprese da Covid-19, 10 versosone che erano state recentemente vaccinate contro Covid-19 (due dosi di vaccino a RNA) e 15 con l'immunità ibrida di entrambi. Le versosone con immunità ibrida hanno mostrato lo spettro più ampio di anticorpi migliori, in grado di neutralizzare o bloccare cinque varianti di SARS-CoV-2 (alfa, beta, gamma, delta e omicron), Sars-CoV-1, un coronavirus del pangolino e uno dei pipistrelli. Invece, nessun anticorpo dei gruppi con sola vaccinazione o sola infezione neutralizzava tutti i virus. A partire da due donatori con immunità ibrida, sono stati isolati 30 fra gli anticorpi più potenti e a più ampio spettro, molti dei quali hanno anche neutralizzato i coronavirus di pipistrello e pangolino. Questi anticorpi dovevano il loro ampio spettro di azione al fatto di legare una porzione della proteina Spike particolarmente conservata nei coronavirus, vicina al dominio RBD ma non sovrapponibile a quella legata di preferenza da vaccini e anticorpi monoclonali correnti. verso dimostrare che gli anticorpi potevano effettivamente influire sulla capacità del istituzione immunitario di combattere diverse varianti di Sars-CoV-2 e altri coronavirus, i ricercatori hanno trattato dei topi esposti a Sars-CoV-2, Sars-CoV-1 o al virus del pipistrello con tre degli anticorpi più potenti. verso tutti e tre i virus, i topi che erano stati trattati con gli anticorpi avevano livelli di virus significativamente più bassi nei polmoni rispetto ai topi di controllo. Questo significa che non solo potremo disporre di migliori anticorpi monoclonali, ma anche, ancora una volta, che esistono antigeni da usare verso i vaccini molto migliori degli attuali e da cui si possono ottenere prodotti a più ampio spettro di azione. Una nuova conferma di risultati che si stanno ottenendo da un pezzo; in quale momento decideremo davvero di completare uno sforzo come quello di inizio pandemia, allora potremo ottenere in pochi mesi i prodotti che ci servono verso contrastare le nuove varianti.

Quegli adolescenti invecchiati che con il Covid hanno visto un mondo svanire

Oggi ci viene spontaneo defconire vita virtuale non solo quella del web, ma anche la promessa sconimentata da molti di noi negli scorsi decenni. con un limbo speciale è cresciuta la mia generazione... Contenuto a pagamento - Accedi al sito con abbonarti

L’Africa e il Covid: il piano vaccinale rischia di finire nel dimenticatoio

Uno degli obiettivi dell’Oms era ottenere a vaccinare c... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Su certi tipi di tumore l’intelligenza artificiale è più accurata degli oncologi

Un giorno, forse, il “dottore automatico” diventerà una realtà; già oggi, nondimeno, esistono esercizi diagnostici in cui le macchine dotate di intelligenza artificiale battono gli umani.   L’ultimo esempio proviene da un articolo appena pubblicato su una rivista del gruppo JAMA. Lo studio in questione descrive un confronto fra la predizione di prognosi infausta a 3 mesi fatta da 74 oncologi con quella fatta da una intelligenza artificiale, per 2041 pazienti con cancro metastatico derivante da tumori solidi.    Per i tumori genitourinari, del polmone e per i cancri rari non si sono ottenuti risultati significativi; ma per i tumori del seno e per quelli gastrointestinali – entrambi fra i maggiori responsabili di mortalità – l’intelligenza artificiale ha predetto nei pazienti nuovi la mortalità entro tre mesi in modo molto più accurato di quanto non sia stato fatto dagli oncologi.    Questo risultato è stato ottenuto addestrando le macchine su un database costituito dai dati ottenuti da 28.484 pazienti vivi o deceduti, prendendo in considerazione inizialmente 493 caratteri derivati da caratteristiche demografiche, risultati di test di laboratorio, analisi varie e diagnosi raccolte negli ospedali coinvolti tra il primo gennaio 2013 e il 24 aprile 2019. I risultati hanno mostrato che l’intelligenza artificiale ha superato in accuratezza gli oncologi sia considerando l’intera popolazione (con una precisione di circa il doppio raggiunta dalle macchine rispetto agli umani) sia considerando le sottopopolazioni di cancro al seno e gastrointestinale.   In prossimità di eventi mortali, inoltre, l’intelligenza artificiale guadagnava ulteriore vantaggio sugli oncologi in quanto all’esattezza della prognosi, forse di nuovo a causa di effetti psicologici che portano il medico all’idea di riuscire comunque a salvare il paziente. E’ da notare che l’analisi delle predizioni è stata condotta in cieco, valutando le prestazioni dell’algoritmo e dei medici separatamente; questo rinforza l’idea che davvero, per quanto riguarda almeno alcune prognosi, le macchine possano essere migliori degli uomini, come già avviene in alcuni ambiti diagnostici.   Ora, risultati come colui illustrato possono portare ad immaginare società distopiche, in cui per esempio la decisione su come allocare le risorse sanitarie sia legata alla estimo prognostica fatta da una macchina; in realtà, nondimeno, vi è un punto particolarmente importante da considerare. Quando macchina e umano lavorano insieme – quando cioè in ambiti come colui illustrato il risultato di una macchina serve da prima analisi per un medico che possa successivamente approfondire le indicazioni ricavate – si potrebbero ottenere risultati al momento migliori, come sottolineato dagli stessi autori del lavoro indicato. Infatti, come indicato nelle conclusioni di questo interessante lavoro, sono in corso ulteriori valutazioni per studiare le prestazioni degli oncologi date le previsioni del modello e se l'uso del modello migliori la fiducia prognostica, il coinvolgimento del paziente e l'uso delle risorse alla fine della vita, per ottenere infine la migliore qualità di vita possibile per i pazienti, grazie ad una diagnosi migliore.   Dunque a questo punto, come spesso accade in medicina, il dilemma etico di una estimo prognostica basata sì su parametri obiettivi, ma nondimeno ottenuti senza nemmeno l’anamnesi umana, può essere probabilmente superato ricordando che il particolare strumento utilizzato – l’intelligenza artificiale – è appunto uno strumento, che come tutti quelli costruiti dall’uomo va utilizzato innanzitutto in maniera appropriata, ed in secondo luogo considerando la possibilità di errore: per quanto possa essere piccola la probabilità a questa connessa, è ragionevole attendersi che l’interazione uomo-macchina, come accade in altri settori, sia superiore alla pura guida di un calcolatore, grazie alla combinazione di strumenti di analisi che funzionano con meccanismi molto diversi e che per questo possono rifornire analisi più complete.   In ogni caso, il panorama che si apre per quanto riguarda lo sviluppo d’uso di sistemi di intelligenza artificiale in medicina è sempre più complesso; è molto opportuno che si rifletta sui rischi e sui benefici, come in ogni processo, evitando che il puro entusiasmo per la tecnologia o gli interessi commerciali prendano il sopravvento.

I nuovi studi sul vaiolo delle scimmie sono rassicuranti

Ad oggi, sono stati depositati i genomi di virus del vaiolo delle scimmie ottenuti da 27 pazienti nei laboratori dei seguenti 12 paesi: Francia (2 isolati, fra cui un paziente proveniente dalle Canarie), Italia (1 isolato, paziente proveniente dal Portogallo), Belgio (2 isolati, fra cui un paziente proveniente dal Portogallo), Olanda (1 isolato), Spagna (1 isolato), Germania (1 isolato, paziente proveniente dal Portogallo), Portogallo (10 isolati), Slovenia (1 isolato), Finlandia (1 isolato), Gran Bretagna (4 isolati, di cui uno proveniente dalla Nigeria), Stati Uniti (1 isolato) e Svizzera (2 isolati). Tutti i genomi sin qui ottenuti mostrano chiaramente un componente influente: il virus che abbiamo di fronte, almeno per ora, sembra essere uno solo, appezzonente per nostra fortuna al ceppo meno pericoloso, quello dell’Africa Occidentale. Come si è evoluto il virus attuale? Vi è forte evidenza che derivi dalla prima epidemia in Nigeria nel 2017, attraverso un meccanismo che ha portato ad accumularsi di mutazioni nel virus originale per l’azione di un enzima umano che fa pezzo della nostra difesa antivirale, APOBEC3.   E' possibile infatti osservare la traccia dell’azione di questo enzima, che induce mutazioni di tipo particolare e non casuale, in un singolo campo dell’ “albero di famiglia” del vaiolo delle scimmie ricostruito a partire dai genomi disponibili per il 2017, il 2018, il 2019 e quindi gli isolati odierni; in altri rami, propagatisi in animale, queste particolari mutazioni non si osservano, ad indicare che, almeno dal 2017, vi è stata una continua trasmissione uomo-uomo, che ha portato ad accumulare le mutazioni di APOBEC3 in Nigeria. Da un punto di vista epidemiologico, particolarmente importanti sono i dati inglesi: un paziente, infettatosi in Nigeria, ha fornito un genoma indistinguibile da quelli ottenuti nel resto del mondo. Questo paziente è il primo per il quale, al momento, sia stata confermata un’infezione facente pezzo dell’outbreak corrente; essendosi infettato in un paese in cui il vaiolo delle scimmie è endemico almeno dal 2017, rappresenta un legame influente fra endemia preesistente in Africa centrale e successiva diffusione del virus nel resto del mondo.   Di questo paziente, grazie alla collaborazione fra Regno Unito e Nigeria, sappiamo che ha manifestato i primi sintomi a sensibile aprile, in Nigeria, consistenti nella classica eruzione cutanea; non vi ha dato importanza fino al suo ritorno in Inghilterra, il 4 maggio, e la sua infezione è stata confermata mediante PCR il 6 maggio. Egli si era recato negli stati nigeriani del Delta e del Lagos; ed è proprio in quegli stati che la Nigeria segnala attualmente alcuni suoi casi, coerentemente con la presenza di locali focolai. In particolare, dall’inizio del 2022 la Nigeria ha finora identificato sul suo territorio 21 casi di vaiolo delle scimmie. Per quanto sin qui detto, siamo quindi di fronte ad un virus che è lo stesso nei paesi di endemia del vaiolo delle scimmie e altrove nel mondo; anzi i primi isolati virali di cui si dispone, al di fuori delle zone di endemia, mostrano come esso sia stato campionato da viaggiatori e portato in un paese diverso, senza che vi sia stata una “evoluzione silente” per tempi lunghi al di fuori dei paesi africani.   Probabilmente in questo modo il virus è arrivato in alcuni paesi, come Canarie, Spagna e Portogallo, in occasioni e in circostanze che ne hanno favorito l’amplificazione a livelli insoliti; da qui, si sono avuti poi eventi di diffusione secondaria in tutto il resto del mondo. Ma quali caratteristiche ha il virus che oggi campioniamo? Per saperlo, vale la pena di guardare nuovamente a quanto dicono le autorità nigeriane, le quali specificano che “tra i 21 casi segnalati finora nel 2022, non ci sono evidenze di alcuna trasmissione nuova o insolita del virus, né cambiamenti nella sua manifestazione clinica documentata (inclusi sintomi, fianco e virulenza).” In secondo luogo, riportano che “sebbene il rischio di esposizione della Nigeria al virus Monkeypox sia elevato in base alla recente valutazione del rischio condotta presso l'NCDC, l'attuale situazione nel paese e a livello globale non comporta alcuna minaccia significativa per la vita o la comunità, tale da causare malattie gravi o un alto tasso di mortalità".   Se guardiamo ai dati disponibili al di fuori della Nigeria, il quadro clinico corrisponde: disponiamo di 95 indicazioni di sintomi sperimentati da altrettanti pazienti, consistenti quasi esclusivamente nelle classiche ulcerazioni cutanee e in febbre. Dal punto di vista della trasmissibilità, non abbiamo adesso dati sufficienti per trarre conclusioni analitiche: tuttavia in un mese, dal 29 aprile al momento in cui scrivo, si riportano meno di 600 casi sospetti o confermati in tutto il mondo. Per paragone, si pensi che SARS-CoV-2, da quando fu scoperto in Italia, arrivò in un mese e solamente nel nostro paese a migliaia di casi accertati e forse a decine di migliaia sospetti. In conclusione: fino ad ora, genomi, clinica e numero di casi scoperti sono ben coerenti con la diffusione accidentale di un virus non particolarmente pericoloso, in linea con le rassicurazioni provenienti dai paesi dove tale virus è endemico.
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