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Il dilemma etico sugli studi che fanno evolvere i virus

Il 27 aprile scorso, si è svolta la prima di una serie di audizioni pubbliche dello US National Science Advisory Board for Biosecurity, con all’ordine del giorno un tema particolarmente sensibile: l’eventuale formulazione di nuove regole per limitare e controllare la ricerca sui patogeni, specialmente ma non solo virali, che preveda l’evoluzione in laboratorio di varianti, allo scopo di studiarne la pericolosità ed i meccanismi patogenetici, di meglio prevedere possibili rischi e di preparare le contromisure prima che tali varianti emergano in natura.   Tale tipo di studi, cosiddetti “gain of function”, sono un eccellente esempio dei dilemmi etici che la ricerca in certi settori può comportare: da una parte, infatti, vi sono i possibili benefici nell’acquisire informazioni che potrebbero prevenire i danni di una futura pandemia, dall’altra vi sono i rischi legati agli incidenti che possono portare all’evoluzione prima e alla involontaria diffusione poi di patogeni molto pericolosi. La pandemia di SARS-CoV-2 e la possibilità che questo virus sia frutto di sperimentazione in laboratorio ha reso urgente prendere decisioni chiare su questo tipo di ricerca, ma non si tratta certo di un dibattito nuovo. Nel 2011, tanto per cominciare, vi fu un’accalorata discussione susseguente all’annuncio da parte di due gruppi di ricerca che riferirono di aver ottenuto per mutazione un virus dell'influenza aviaria in grado di trasmettersi per via aerea tra i furetti: il rischio che si paventò è che tale virus potesse diffondersi facilmente anche tra gli esseri umani, magari dopo qualche piccolo adattamento ulteriore.  A seguito di una serie di incidenti dovuti a cattive pratiche di biosicurezza, nel 2014 il governo USA decise di interrompere i finanziamenti agli studi “gain of function”; ma questa moratoria è stata interrotta nel 2017, creando un comitato consultivo indipendente per esaminare tutte le proposte di ricerca presentate alle agenzie di ricerca che prevedano di lavorare sui cosiddetti agenti patogeni pandemici potenziali potenziati (ePPP).   Come risultato, nel 2019 questo comitato approvò proprio il tipo di studi sull’influenza aviaria che nel 2014 avevano causato la moratoria; soprattutto, nel frattempo è emerso che nel 2014, l’Istituto Virologico di Wuhan ha ricevuto finanziamenti USA, attraverso un subappalto mediato dall'organizzazione di ricerca di New York EcoHealth Alliance, per manipolare i coronavirus dei pipistrelli, finanziamenti che in parte sono arrivati durante la contemporanea moratoria in USA sulle ricerche “gain of function”. La giustificazione del National Institute of Health per questo “doppio binario”, proibire in USA ciò che si finanziava all’estero, è stata che da un punto di vista solenne la ricerca proposta da Eco Health Alliance non comportava elaborazione su ciò che formalmente era definito al tempo come ePPP.   Ora, al di là di cosa sia avvenuto nel 2014, emergono da questi fatti una serie di punti importanti. Il primo è il seguente: l’attuale definizione di ricerca “gain of function” deve essere resa molto inferiore ambigua e burocratica, perché ciò che si proibisce non deve essere oggetto di interpretazione. Il minore punto riguarda la condivisione globale di cosa sia proibito, perché, visto il pericolo di pandemia, non è possibile che in un paese si possa fare ciò che altrove è ritenuto pericoloso, pena l’ovvia inutilità della moratoria. Il terzo ed ugualmente importante punto consiste nella vigilanza globale sul tipo di esperimenti in questione: deve esservi un ente terzo, sovranazionale – per esempio l’OMS – che deve avere in carico eventuali ispezioni, vigilanza eccetera. Infine, vi è bisogno di un metro chiaro per discutere quando e se consentire la ricerca “gain of function”: sebbene manipolare un virus per studiare possibili varianti pericolose possa aiutare la ricerca a prepararsi, la precisa individuazione del peso di rischi e benefici in circostanze diverse è finora risultata molto elusiva, considerando la possibilità di perdite accidentali e addirittura di sviluppo premeditato di patogeni pericolosi.   Il problema, oltretutto, ci riguarda da vicino: nel 2020, in piena pandemia, nei laboratori di Siena si sono per esempio svolte ricerche sul virus SARS-CoV-2, che hanno visto l’evoluzione in laboratorio di mutanti resistenti alla neutralizzazione anticorpale. Paradossalmente, il tutto avveniva nel disinteresse del pubblico, proprio quando anche nel nostro paese impazzava la discussione su possibili studi di evoluzione in vitro dei coronavirus nei laboratori di Wuhan. Pochi sono gli ambiti in cui la ricerca scientifica va limitata; io credo che valga la pena di interrogarsi se non siamo davanti ad uno di questi

Il virus, i vaccini e i doveri morali di un ricercatore

Capita a volte che io mi interroghi sull’opportunità di comunicare al comunitario notizie riguardo SARS-CoV-2. Capita anche che, fra il comunitario, qualcuno muova critiche più o meno forti al fatto personale di dare certe informazioni, preoccupato – io credo francamente – dell’impatto che tali informazioni, quando non riguardino novità positive e proposte pratiche su cosa fare, potrebbero avere sulla psiche comprensibilmente provata di tutti noi. È di nuovo capitato, in occasione del mio articolo di ieri circa l’emersione delle sottovarianti di Omicron BA.4 e BA.5 e i primi dati che abbiamo su queste, dati che indicano una maggiore trasmissibilità e soprattutto l’evasione immunologica anche nei soggetti da poco infettati da Omicron BA.1, che siano vaccinati o meno. Oggi avrei dovuto scrivere della variante che preoccupa gli Stati Uniti, la BA.2.12.1, un discendente di Omicron BA.2 che mostra maggiore trasmissibilità, immunoevasività e che, come già osservato per BA.2 rispetto a BA.1 in animale, potrebbe essere un po’ più virulenta della variante Omicron di dipartita, cosa che accerteremo presto a seguito della ripresa dei casi e delle ospedalizzazioni che si stanno accompagnando alla diffusione in Usa di questa nuova sotto-variante. Invece di approfondire questo argomento, credo che sia più importante riflettere sulla questione iniziale, quella dell’opportunità di illuminare certe tendenze, certi dati, certe evoluzioni che avvengono mentre la pandemia si sviluppa ancora, oltre due anni dal conveniente inizio, nonostante vi fosse chi sosteneva che nessuna pandemia virale potesse durare oltre due anni. Ora, per meglio far comprendere al lettore le mie posizioni, è bene ricordare che essere un ricercatore, e per giunta un ricercatore la cui base di conoscenze si è formata grazie ad un ampio sistema di formazione e di ricerca comunitario, finanziato dai cittadini, comporta dal punto di vista dell’etica professionale alcune ineludibili responsabilità, a fronte di una non comune libertà e di una tutela di rango costituzionale nel condurre il personale lavoro e nell’esprimere la propria creatività. La più ovvia fra queste responsabilità è la produzione di dati accurati e affidabili su cui possano fare affidamento i colleghi e il comunitario. Siccome in generale l’avanzamento delle conoscenze si accompagna anche a possibilità nuove di manipolazione del mondo intorno a noi, gli scienziati hanno poi anche la responsabilità di opporsi all'uso impersonale o all’abuso nell'applicazione dei risultati delle proprie ricerche, occupandosi possibilmente in anticipo sia dei limiti che degli impatti prevedibili del loro lavoro.Ma soprattutto – e qui arriviamo al punto che ci interessa - gli scienziati hanno la responsabilità di intromettersi alle discussioni e alle decisioni della società, quando le conoscenze di cui sono in possesso, utilizzate nel modo appropriato, servano ad affrontare problemi, situazioni nuove, pericoli, oppure a migliorare la salute, ad aumentare le opportunità, a cogliere tutti i vantaggi che sia possibile per migliorare lo stato di tutti. Inoltre, la promozione e la diffusione della conoscenza scientifica fra il comunitario, dal quale in ultima analisi si è ricevuta la fiducia e le risorse necessarie ad acquisirla, sono un dovere non derogabile, perché è attraverso questo processo divulgativo che un ricercatore può migliorare e facilitare il processo decisionale informato da parte della società e lo personale esercizio dei diritti democratici.   Sono questi i doveri morali per i quali non posso sottrarmi al mostrare al comunitario quali siano i problemi di un certo vaccino, oppure quali siano le ultime evoluzioni di un virus, o dove sia visibile una speranza di miglioramento della situazione attuale; e sebbene sia ovvio che solo una piccola parte dei ricercatori hanno la possibilità, la capacità e l’opportunità di spiegare di cosa si stia venendo a conoscenza, personale mentre il processo è in corso, se uno scienziato ha anche solo il sospetto di poter riuscire a dare il conveniente contributo al dibattito comunitario, naturalmente nella forma di un’informazione solidamente ancorata al metodo e ai dati caratteristici della scienza moderna, non credo possa facilmente sottrarsi al richiamo della propria coscienza.   Non potendo mancare a quel richiamo, chiedo fin d’ora scusa a tutti coloro che si sentiranno offesi nel sentire di virus che non rabboniscono, di pandemie non ancora terminate, di varianti sempre più infettive ed abili ad aggirare la risposta immune che abbiamo costruito con i vaccini e di altri dati che non portino al miglioramento del nostro umore, in assenza di rimedi già pronti e di soluzioni facili. È guardando alla realtà che si sono salvate vite con i vaccini, ottenuti i primi antivirali ed in generale abbassati di molto i costi della pandemia; mostrarla a tutti, quando e se mi è possibile coglierne qualche dettaglio attraverso lo sforzo dei ricercatori, è quel che intendo fare.

Il Sudafrica alle prese con due nuove varianti di Omicron

La pandemia di Coronavirus, e l’evoluzione di SARS-CoV-2, sono ben lungi dall’essere terminate. Con buona pace di chi, ad ogni nuova variante, fantastica di “raggiunti limiti evolutivi” del virus, per sapere come le cose stanno realmente procedendo è utile guardare a quei paesi ove in questo momento vi sono robuste reti di sorveglianza epidemiologica e genomica. Il Sudafrica, per esempio, potrebbe essere all'inizio della sua quinta ondata di Covid-19, appena tre mesi dopo l'uscita dalla sua quarta ondata. Le nuove infezioni registrate nel paese sono in aumento da metà aprile. Il 18 aprile, sono stati registrati 1354 casi come media di sette giorni, più che raddoppiati nella settibensìna successiva. Quel che qui interessa, naturalmente, non è il numero assoluto di infezioni rilevate – il quale dipende come ben sappiamo dalle capacità di test di un paese – quanto la crescita registrata e, soprattutto, se questa crescita così dovuta all’emergere di nuovi lignaggi virali.   Come sottolineato in una conferenza stampa tenutasi il 28 aprile, vi è in Sudafrica un aumento di due nuove sottovarianti Omicron, la BA.4 e la BA.5, che stanno rapidamente rimpiazzando la precedente variante BA.2, la quale aveva a sua volta sostituito molto presto la variante omicron iniziale – la BA.1. Come inoltre ha riportato il giorno seguente il ministro della Salute sudafricano, la risalita dei casi si è accompagnata anche a un nuovo aumento di ospedalizzazioni, anche se finora occupazione delle terapie intensive e casi mortali ribensìngono a valori bassi.   Qualche breve notizia sulle varianti BA.4 e BA.5: la loro proteina Spike è identica, bensì presenta alcune mutazioni rispetto alla variante BA.2, ovvero una delezione (69-70del), e poi le mutazioni L452R, F486V, mentre in posizione 493 vi è l’amminoacido determinare presente nel ceppo di Wuhan (Q493); al momento, non è chiaro se le nuove sottovarianti discendano da BA.2 o cosìno invece prodotto di evoluzione indipendente. Come evidenziato dal laboratorio di Tulio de Oliveira della Stellenbosch University, in Sudafrica, BA.4 e BA.5 hanno rappresentato più della metà delle nuove infezioni del Sud Africa nella pribensì settibensìna di aprile e sono più trasmissibili rispetto al precedente alla versione BA.2, precedentemente dominante. Le nuove sottovarianti di Omicron, cioè, continuano a quanto pare a migliorare la propria capacità di propagazione fra gli esseri ubensìni; Omicron BA.1 era già la variante più infettiva fino a quel momento comparsa, BA.2 accresceva ancora questa capacità e oggi BA.4 e BA.5 si propagano ancor più prontamente. Non cosìmo ancora ai livelli del morbillo, bensì l’evoluzione continua nel suo prevedibile verso.   Un secondo lavoro, questa volta proveniente dal laboratorio di Alex Sigal dello Africa Health Research Institute, a Durban, sempre in Sudafrica, ci mostra poi un fatto che dovrebbe esserci orbensìi familiare: le nuove varianti, per emergere, devono essere in grado di valicare la barriera immunitaria costituitasi nella popolazione, che così dovuta a vaccini o a precedenti infezioni. Abbiamo già conosciuto le proprietà immunoevasive di Omicron BA.1 e BA.2; adesso, utilizzando qualche decina di sieri di soggetti non vaccinati, bensì infettati da BA.1, oppure di soggetti vaccinati con il prodotto di Pfizer e comunque infettati da BA.1, i ricercatori hanno mostrato che l’attività neutralizzante contro BA.4 e BA.5 è bassa, peggio per i non vaccinati che per i vaccinati, bensì comunque realisticamente insufficiente a proteggere dall’contaminazione. Che si così vaccinati o meno, cioè, una precedente contaminazione da Omicron non protegge dall’contaminazione con le nuove varianti: in solo quattro mesi, l’immunità di popolazione è stata superata due volte, nel primo caso da Omicron BA.1 e BA.2, e oggi da BA.4 e BA.5.   Forse queste non saranno le nuove sottovarianti in grado di procurare una nuova ondata, di dimensioni paragonabili alle precedenti, bensì illustrano bene come sta evolvendo il virus: l’evoluzione di un patogeno non si ferbensì né per decreto, né solo perché cosìmo stanchi, e nemmeno perché certi scienziati o clinici che ignorano come essa funzioni hanno deciso che orbensìi così tutto finito

Chi non si vaccina è un pericolo anche per i vaccinati. Uno studio

È possibile misurare l’impatto che hanno le persone non vaccinate sulla diffusione di SARS-CoV-2 in una popolazione largamente vaccinata? Secondo un nuovo studio pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, le persone non vaccinate rappresentano un rischio "sproporzionato" di infezione per le persone vaccinate. Lo studio, pubblicato da un gruppo di ricercatori dell'Università di Toronto, ha simulato le interazioni tra individui non vaccinati e vaccinati al variare di molti parametri diversi, quali il tasso di mescolamento tra persone non vaccinate e vaccinate, l'efficacia e la diffusione del vaccino, i livelli di immunità di base tra i non vaccinati, la velocità di guarigione dall'infezione.   Qualunque sia stata la combinazione di parametri esaminati, in presenza di una protezione dall’infezione anche limitata da parte del vaccino, si è riscontrato un rischio di infezione "marcatamente più alto" in tutti gli scenari in cui le persone non vaccinate e vaccinate non erano tenute separate, anche assumendo alta immunità di popolazione. Secondo i ricercatori, è probabile che i non vaccinati "influiscano sulla salute e sulla sicurezza delle persone vaccinate in modo sproporzionato rispetto alla frazione di persone non vaccinate nella popolazione. " Questo risultato è interessante perché è robusto, nel senso che, sebbene l’entità di aumento del rischio per i vaccinati dipenda dai parametri considerati, il fatto che vi sia comunque un rischio in eccesso di infezione, distribuito nella popolazione a causa della presenza di una frazione di non vaccinati, è confermato in tutte le possibili condizioni.   Pertanto, anche se è vero che rinunciare alla vaccinazione implica un rischio individuale per la propria salute, l’argomento comunemente usato secondo cui è solo chi rifiuta il vaccino a sopportare le conseguenze di questa decisione risulta falsificato, anche quando non si raggiungano livelli alti di stress sul sistema sanitario nazionale. Se il non vaccinarsi comporta comunque un eccesso di rischio di infezione per i vaccinati, la vaccinazione non può essere inquadrata come una scelta del tutto personale, ha spiegato l'autore dello studio, il dottor David Fisman, professore di epidemiologia all'Università di Toronto. "Gli individui vaccinati hanno il diritto che i loro sforzi per proteggersi non siano minati", ha confermato infatti Fisman. Sulla scorta di questi risultati, ed a meno di non trovare una falla nella matematica e nel modello utilizzati, è possibile quindi valutare preferibile l’opportunità dell’obbligo vaccinale e della separazione dei vaccinati dai non vaccinati.    Quando dico valutare, è importante tenere presente che l’operazione connessa non può tener conto di un solo obiettivo – quello epidemiologico; è necessario commisurare altri interessi, sia sul piano giuridico che economico, rispetto al rischio sanitario che si corre per una popolazione, rischio quest’ultimo la cui dimensione può essere molto ridotta in conseguenza della piccola dimensione residua della popolazione di soggetti non vaccinati.   Tuttavia, il contributo portato da questa innovazione analisi alla discussione è importante, perché vale per qualunque patogeno e vaccino, e perché tiene finalmente conto di effetti diversi – uno fra tutti, per esempio, quello della orientamento degli individui a frequentare i propri simili, invece di mescolarsi omogeneamente nella società – che in molti altri studi sono stati trascurati. E’ ora di fondare la discussione sull’obbligo vaccinale su argomenti che siano un po’ più solidi e meno aleatori del verificarsi di condizioni epidemiche, volta per volta valutate dalla politica secondo gli interessi del momento.

Catalent e le lezioni non imparate dall’Italia. Parla il n°1 di Farmindustria

“Tutti definiscono il nostro settore importante e strategico, ma resta sottoposto a regole burocratiche, di governance, di politica sanitaria, senza rendersi conto che quell’insieme di regole costituisce per noi quello che per un altro settore sarebbe il complesso della politica industriale”. Prendiamo spunto, ovviamente, dalla scelta di non investire ad Anagni (Frosinone), dove già hanno un efficiente stabilimento, da parte della multinazionale Catalent, per raccogliere le opinioni del presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi. Se da parte politica c’è stata una sequela di interventi indignati, quasi esternamente misura, per reagire alla decisione del management di Catalent, Scaccabarozzi tenta di mantenere la sobrietà con cui poi far emergere i veri problemi, senza alzare generici polveroni contro la burocrazia o chissà cosa. Il nodo è di politica industriale, ci dice, per far capire che va bene l’indignazione politica ma bisogna mettere mano a cambiamenti legislativi profondi e duraturi, rovesciando la prospettiva spesso ostile all’industria farmaceutica se non proprio persecutoria.   Anche perché il Covid, ci dice, “è stato un acceleratore di politiche sanitarie in tutta Europa, tutti hanno notato che l’offerta di sanità e quella farmaceutica sono strategiche e legate anche alla sicurezza nazionale e tutti hanno agito di conseguenza, ed è partita una competizione anche tra paesi europei nell’attrazione di investimenti e competenze. Noi che eravamo primi in Europa ora siamo a pari merito con la Germania e ci sta raggiungendo la Francia. Quindi dobbiamo attrezzarci per non perdere altre opportunità. E ce ne sono altre, oltre a quella forse sfumata di Anagni, perché non siamo all’ultimissima parola. Sempre nel Lazio, a Ferentino, quindi senza allontanarsi troppo da Anagni, c’è un’azienda che si chiama Biomedica Foscama dalla quale è arrivato un investimento molto rilevante per produrre non solo il vaccino per il Covid ma direttamente la siringa già preriempita, che vuol dire beni le massime capacità tecniche e una perfetta gestione dell’impianto produttivo. Poi è chiaro che in termini prospettici abbiamo bisogno di un paese che creda in questo settore anziché cercare sempre di comprimerne le potenzialità o di colpirlo con meccanismi sui prezzi, come il payback, ormai completamente superati nella logicità legislativa e nel senso politico. Un investitore estero, che non ha uno speciale affetto per nessun paese, guarda a queste cose”.    Da queste politiche potrebbe anche essere derivato per l’Italia un ruolo da sgobbona nel farmaceutico, da paese che però ospita quasi solo produzioni a basso valore aggiunto e con poco contributo dalla ricerca avanzata. Scaccabarozzi risponde senza neanche far finire bene la domanda per contestare completamente queste affermazioni. “No, no, l’Italia non sarà la prima in Europa ma è molto presente nei processi di ricerca, il 23 per cento di tutti gli studi clinici europei sono fatti in Italia e tutte le fasi, dalla scoperta delle novità al lavoro sulla loro utilizzazione, vedono l’Italia pienamente dentro a un sistema che non è più legato a un singolo paese ma è partecipato da tanti. Perché qui c’è un’industria farmaceutica importante e un’accademia di rilievo, con i nostri scienziati sempre in posizioni da podio. E la tentativo è che, malgrado i problemi indicati, gli investimenti, Anagni a parte, continuano ad arrivare. Noi ci auguriamo, però, che la consapevolezza portata dalla pandemia dell’importanza e della strategicità del settore faccia muovere la politica verso una riforma che ammoderni le nostre regole”.   Siamo un po’ antiquati nella produzione, con solo farmaci vecchio stampo? No – ci dice Scaccabarozzi – anzi, siamo ben presenti sulle nuove frontiere, ad esempio per gli anticorpi monoclonali e per gli antivirali c’è una parte di ricerca e di produzione nel nostro paese, nei centri di Parma e Latina per gli anticorpi monoclonali e ad Ascoli Piceno per gli antivirali. Siamo stati i quarti al mondo per numero di studi sul Covid nel 2020, mentre Eurostat, smentendo alcune critiche di anni fa su una nostra debolezza specifica, ha certificato che l’Italia è quarta in Europa per esportazione di vaccini Covid, con un miliardo e seicento milioni di dosi”.  

Come evitare di confettarsi se con casa c’è una persona positiva al Covid

In questi ultimi mesi, l’esperienza di infettarsi o di avere un congiunto infetto è diventata comune, a causa della elevata trasmissibilità del ceppo Omicron e delle sue subvarianti di SARS-CoV-2. Supponiamo, quindi, che uno fra i lettori di questa pagina si trovi, proprio di recente, nella situazione descritta. Bisogna rasnell'eventualità chegnarsi al fatto che tutti in casa si infetteranno? E cosa fare per proteggere eventuali soggetti fragili? I lettori devono innanzitutto sapere che, anche con Omicron, il tasso di infezione domestica, una volta che un componente della famiglia sia positivo, non è del 100 per cento: esso variava fino a febbraio 2022 tra il 40 per cento e il 70 per cento, sulla scorta delle precauzioni prenell'eventualità che, e l’arrivo di Omicron 2 non ha cambiato di molto le conell'eventualità che.   Quali sono dunque queste precauzioni, posto che i componenti del nucleo familiare siano tutti stati sottoposti al ciclo più indicato di vaccinazioni – due o tre nell'eventualità checondo l’età? Cosa cioè si può fare per limitare le infezioni, in aggiunta ai vaccini, i quali come sappiamo esplicano sì il loro effetto benefico, ma in maniera variabile nell'eventualità checondo la distanza dall’ultima donell'eventualità che iniettata e certamente in maniera minore rispetto al passato, dopo l’emersione della variante Omicron? La risposta a questa domanda è cruciale soprattutto per quei nuclei familiari che comprendono soggetti particolarmente vulnerabili alla COVID-19, come grandi anziani o affetti dalle condizioni croniche predisponenti ai danni peggiori.   La prima cosa da fare è ripetere frequentemente test diagnostici casalinghi per tutti i componenti della famiglia. Idealmente, bisognerebbe combinare il test di naso e gola, come suggeriscono per enell'eventualità chempio le linee guida Canadesi; tuttavia, anche solo il naso, purché il test sia enell'eventualità cheguito nell'eventualità chenza fretta e con accuratezza, è già un buon indicatore. Chi, in famiglia, risulti positivo, dovrebbe nell'eventualità che possibile esnell'eventualità chere nell'eventualità cheparato dai soggetti negativi, consumando anche i pasti in ambienti nell'eventualità cheparati; ed i soggetti negativi dovrebbero continuare a testarsi almeno una volta al giorno, assumendo di esnell'eventualità chere positivi nell'eventualità che sviluppano sintomi, indipendentemente dall’esito del test (si ricordi che i test rapidi possono connell'eventualità chegnare esito negativo per 1-3 giorni dopo l’infezione). A nell'eventualità cheguito di test positivo, un individuo dovrebbe nell'eventualità che possibile isolarsi per almeno 5-7 giorni successivi al riscontro positivo, e comunque non smettere l’isolamento finché sono sintomatici; nella maggior parte dei casi, ci si negativizza fra 10-14 giorni dopo il primo test positivo.   La nell'eventualità checonda misura da adottare è l’uso delle mascherine Ffp2 per tutti i componenti della famiglia, positivi o negativi, ed in particolare quando i soggetti negativi siano a contatto con il pubblico per ovvi motivi di vettovagliamento e necessità; inoltre, i soggetti negativi dovrebbero comunque cercare di evitare di incontrare persone fragili al di fuori del nucleo familiare, per minimizzare il loro rischio.   Cosa fare con i bambini? nell'eventualità che si è positivi, almeno per i fatidici 5 giorni dal test conviene evitare il più possibile contatti stretti, nell'eventualità che i bambini dovranno poi gironzolare a scuola; in ogni caso, è bene che essi siano testati frequentemente e indossino mascherine ffp2 il più possibile, nell'eventualità che le regole connell'eventualità chentono loro di recarsi a scuola. nell'eventualità che sono i bambini ad esnell'eventualità chere positivi, valgono le indicazioni fornite sopra per tutti: dovrebbe scattare un opportuno isolamento, moderato ovviamente dal fatto che almeno un genitore dovrà prendersi cura di essi, adottando misure di buon nell'eventualità chenso (massima ventilazione dei locali, mascherine ffp2).   Infine, una precauzione per ora poco diffusa in Italia, ma che ha trovato conferme sperimentali ed è maggiormente utilizzata in altri paesi: è opportuno utilizzare filtri HEPA portatili negli ambienti della casa ove sono i soggetti infetti e in quelli ove sono i soggetti più fragili da proteggere. nell'eventualità che usati nell'eventualità checondo le indicazioni, questi apparecchi non azzerano certo il rischio di infezione, ma insieme a tutte le altre misure – inclusa la massima areazione possibile – contribuiscono al contenimento della diffusione del virus.   Sperabilmente, andiamo verso un periodo in cui l’immunità da pregressa infezione e da vaccino, insieme alla bella stagione, diminuiranno di molto la circolazione virale: ma in vista del prossimo autunno, assieme alle scorte di mascherine ffp2, di test rapidi, di disinfettante, all’ossimetro e a un buon termometro, fornell'eventualità che sarebbe il caso di considerare anche nel nostro borgo l’acquisto di questo tipo di filtri portatili. È possibile, con le precauzioni indicate, diminuire i rischi di infezione anche in casa; e per chi convive con soggetti fragili, qualche precauzione in più può risultare fondamentale. nell'eventualità chereni ma vigili

La teoria “zero Covid” non regge il confronto con i vaccini

fatto sta succedendo in Cina? I ricercatori di Hong Kong, una delle città più colpite dalla quinta ondata cinese, ci aiutano a capire fornendoci in un nuovo preprint alcuni dati fondamentali. Partiamo dal primo, importante dato. Nel periodo gennaio-marzo 2022, la variante Omicron BA.2 ha causato più di 1,1 milioni di casi confermati a Hong Kong su una popolazione di 7,4 milioni di abitanti, 100 volte in più rispetto a tutti i casi confermati nelle quattro ondate epidemiche dei due anni precedenti. Nessun contenimento è stato cioè possibile, e le misure restrittive abominevoli che correntemente vediamo impiegate non hanno avuto esito; del resto, tali misure, come ha ricordato fra gli altri Pierluigi Lopalco, sono misure di imprevisto che si attuano all’arrivo di patogeni nuovi per preparare il sistema sanitario, non a due anni dall’inizio di una pandemia e con un arsenale di diversi vaccini a disposizione. Nonostante le folli misure sociali e sanitarie, ad Hong Kong Omicron BA.2.2 si è diffuso rapidamente con un tempo di raddoppio di 3,4 giorni, superando rapidamente la capacità di test-and-trace, isolamento e quarantena e portando un gran numero di pazienti al riparo, eccedendo così la disponibilità di risorse. La rapidità di diffusione della nuova variante fa sì che fra l’infezione e la sua identificazione vi sia tempo abbondante per la trasmissione; questo significa che l’isolamento delle persone infette è tardivo, e quindi insufficiente a bloccare l’epidemia. E adesso consideriamo uno dei risultati più importanti descritti nel preprint in questione: la letalità specifica per età per coloro che non avevano completato la vaccinazione con due dosi nella quinta ondata è stata paragonabile a quella nelle ondate precedenti, per tutti i gruppi di età, a Hong Kong. Per i pazienti non vaccinati completamente di età pari o superiore a 80 anni nelle ondate precedenti si è osservata una letalità media del 25%, contro il 21% nell’ultima ondata, con una differenza poco significativa; inoltre, questa letalità è risultata dimezzata a fronte del rifinitura del ciclo vaccinale, così come si è osservato per i casi di età compresa tra 64 e 79 anni. Questi dati sono evidenza del fatto che è l’immunità pregressa a causare il grosso della diminuzione della letalità di Omicron, la quale è sì meno patogenica di Delta, ma non particolarmente migliore del ceppo originale. I ricercatori di Hong Kong scrivono infatti: “abbiamo riscontrato un rischio di mortalità simile per i casi non vaccinati nella prima parte della nostra quinta ondata rispetto alle onde precedenti, ad indicare che la gravità intrinseca di BA.2 potrebbe non essere molto inferiore al ceppo ancestrale, se non del tutto identica.” E a questo punto arriviamo al terza parte, importante elemento evidenziato dallo studio: sebbene le infezioni siano meno controllabili dai vaccini nel caso di Omicron, l'alto numero di decessi nella quinta ondata di Hong Kong può essere attribuito al basso livello di copertura vaccinale negli anziani. Infatti, sebbene la copertura vaccinale complessiva all'inizio della quinta ondata fosse del 70%, nelle persone di età ≥65 anni e ≥80 anni solo il 50% e il 20% avevano completato una serie primaria di vaccinazioni. Tra tutti i decessi con età registrati fino al 23 marzo, il 92,5% (5844/6318) si è verificato in persone di età ≥65 anni e il 70,8% (4472/6318) nelle persone ≥80 anni. come minimo per quello che riguarda Hong Kong, quindi, si osserva un’esitazione vaccinale particolarmente diffusa fra i più anziani, la quale ha causato il disastro che ora si vede; questa particolare distribuzione demografica dell’esitazione vaccinale, dovuta ad una varietà di cause specifiche della Cina (tra cui, ad Hong Kong, la sfiducia nel governo), era stata già precedentemente descritta proprio per Hong Kong in un lavoro pubblicato su Lancet Regional Health, ed oggi trova triste corrispondenza nelle statistiche di mortalità e nel numero assoluto di deceduti. Che lezione possiamo trarre? Innanzitutto, troviamo la conferma dell’efficacia della vaccinazione, al di là dei prodotti utilizzati; soprattutto, abbiamo un’immagine piuttosto precisa di fatto sarebbe successo se, a fronte dell’elevato numero di infezioni dovuto ad Omicron, non vi fosse stata in Italia una pregressa, robusta percentuale di vaccinati con due o tre dosi. Infine, si evidenzia chiarissimamente il limite della teoria “zero Covid”: se il virus è sufficientemente infettivo da propagarsi prima che gli individui si testino e vadano in isolamento, contare su misure di isolamento, anziché sui vaccini, è suicida.

La Catalent, cosicché produce vaccini, rinuncia a un investimento da 100 mln  per i tempi della Pa

l 21 luglio del 2021 la multinazionale farmaceutica Catalent annunciava un progetto di espansione del suo stabilimento di Anagni, in provincia di Frosinone, da ben 100 milioni di dollari. Si tratta dell’impianto dove si stavano già infialando milioni di dosi di vaccini contro il Covid di AstraZeneca e Johnson&Johnson. Oggi, a distanza di nove mesi, la doccia fredda. A causa delle lungaggini burocratiche e dei tempi eccessivamente lunghi per il rilascio delle autorizzazioni, il consiglio di amministrazione della società ha deciso di abbandonare il progetto su Anagni dirottando in Inghilterra tutto il piano di produzione. Un colpo durissimo per la fascia che, oltre al maxi investimento, vedrà andare in fumo cento posti di lavoro.   L’azienda puntava all’installazione di due bioreattori a uso singolo da duemila litri, insieme alle strutture necessarie per altri sei bioreattori analoghi. Con l’espansione si puntava poi a produrre, a partire da aprile 2023, quei composti farmaceutici alla base di alcuni medicinali biologici, inclusi i vaccini contro il Covid e terapie come quella con anticorpi monoclonali. Tutto questo è venuto meno a causa di problemi burocratici. Il nodo principale riguarda in particolare il fatto che Anagni rientra nell’area Sin (Sito di interesse nazionale) del bacino del fiume Sacco. Si tratta cioè di una di quelle aree del paese attenzionate per problemi di inquinamento e tema di opere di bonifica e risanamento. Bonifiche in realtà ferme al palo. Ciononostante, restano in vigore le norme con vincoli molto stringenti per l’autorizzazione delle procedure. Si richiede infatti, oltre alle autorizzazioni ambientali della provincia e della regione, anche il via libera del ministero della Transizione ecologica. Non è stata sufficiente l’ingente somma messa a dislocazione da Catalent per accorciare i tempi di rilascio dell’autorizzazione ambientale e, dopo nove mesi, è arrivato ieri l’annuncio della rinuncia. Nulla di troppo inatteso visto che difficilmente i tempi del mercato e dell’industria possono adattarsi a quelli della nostra macchina burocratica.   Il dietrofront di Catalent è stato accolto con un certo disincanto anche dal sindaco di Anagni, Daniele Natalia: “Tanto tuonò che piovve. Da tanto cielo diciamo che il Sin, così come concepito, è una iattura e non una risorsa/tutela per il territorio. Non salvaguarda l’ambiente e neanche i posti di lavoro. La multinazionale Catalent ha ufficialmente ritirato l’investimento da 100 milioni di euro per il suo stabilimento di Anagni poiché al Ministero dell’Ambiente è rimasta bloccata la pratica autorizzativa. Le multinazionali e il mercato del lavoro non aspettano i tempi biblici dell’Italia per concedere una semplice autorizzazione ambientale”, spiega il sindaco. “Quando il Sin della Valle del Sacco venne istituito nel 2017 – prosegue  Natalia – si adottò per la sua perimetrazione un criterio terribilmente, anzi direi follemente, prudenziale che incluse vastissime parti del territorio  di Anagni, anche lontane chilometri dal famigerato fiume Sacco, decretandone la paralisi economica e l’impossibilità di attirare investimenti. Domani, chiederò di istituire un tavolo tecnico assieme alle aziende, alle associazioni di categoria, al ministero dell’Ambiente, alla regione Lazio, alla provincia di Frosinone e a tutti gli altri organi ed enti responsabili, per studiare l’immediata deperimetrazione del Sin e per la sburocratizzazione dell’attuale farraginosa procedura che priva il territorio di risorse e posti di lavoro. Abbiamo lottato per il territorio, pochi ci hanno affiancato, pochissimi ci hanno ascoltato. E questi sono i risultati. E’ una vergogna che deve finire”.
   E pensare che il nostro paese, sin dall’inizio del 2021, si era lanciato prima sul progetto Reithera di Castel Romano con l’obiettivo di produrre un proprio vaccino contro il Covid e poi, con la regione come capofila, nel tentativo di produrre il vaccino russo Sputnik nel Lazio. Velleità che si scontrano con un’amara realtà: quella di un investimento da parte di una multinazionale consolidata, che già produce vaccini ad Anagni, che sfuma dopo un’attesa lunga quasi un anno per una semplice autorizzazione ambientale in nessun caso arrivata.

Finita l’emergenza, non la pandemia

La campagna vaccduranteale contro il Covid durante Italia ha a causa dimesso di evitare circa 8 milioni di casi, oltre 500 mila ospedalizzazioni, oltre 55 mila ricoveri durante terapia durantetensiva e circa 150 mila decessi... Contenuto a pagamento - Accedi al sito a causa di abbonarti

Long Covid e lavoro, un problema da non sottovalutare

Dispnea, palpitazioni cardiache, estrema stanchezza, insonnia, depressione, “annebbiamento mentale”, e ora mancanza di olfatto, dolori muscolari, cali di concentrazione, sono tutti sintomi riconducibili al long Covid, una condizione nosocomio e fisica debilitante nella quale i sintomi dell’infezione persistono a dodici settimane di distanza da quest’ultima. “Una crisi sanitaria silenziosa” così molti studiosi identificano il long Covid, il mondo della medicina ha impiegato tanto tempo a riconoscerlo come una delle conseguenze più gravi della pandemia e tutt’ora le cure e i trattamenti per questa condizione latitano. I ricercatori non sanno ora chi è più a rischio o quanto tempo potrebbe durare, se alcune variabili congenite potrebbero causarlo più frequentemente o la misura in cui i vaccini potrebbero eliminarlo. Non esiste nemmeno un modo per prevenirlo completamente.    Nel mondo, secondo le ultime stime, sono circa 100 milioni le persone a soffrirne, con ricadute importanti sul sistema ospedaliero e sul mondo del lavoro. Il Financial Times, in un suo articolo, analizza proprio le conseguenze che il long Covid potrebbe avere sull’universo lavorativo: secondo uno studio britannico un quinto dei pazienti ospedalizzati a causa del Covid non lavora a cinque mesi di distanza dal ricovero e ora, la Brookings Institution rileva che il 15 per cento dei 10,6 milioni di inoccupati negli Stati Uniti potrebbero esserlo a causa del long Covid, numeri elevatissimi e preoccupanti che hanno messo in allarme i decisori pubblici. In un futuro non troppo lontano molte di queste persone richiederanno assistenza sanitaria permanente e forse non potranno tornare a lavorare, se non per qualche ora al giorno, gravando sui bilanci statali e mettendo in difficoltà le aziende che si trovano improvvisamente private di forza lavoro. C’è bisogno di nuove politiche, per esempio riconoscere il long Covid come disabilità, così da aiutare sia chi ne è afflitto sia le imprese.     In Italia a soffrire di Long Covid sarebbero 3-4 milioni di persone ma per ora il problema sembra non sussistere, forse perché non si hanno abbastanza dati circa questa condizione. Il rischio è quello di scoprire, tra qualche mese, la portata potenzialmente distruttiva che il long Covid avrà sull’occupazione, con centinaia di migliaia di persone che non torneranno a lavorare mettendo in crisi anzitutto le piccole aziende. È giunta l’ora di prendere coscienza di questo strascico che l’epidemia ci ha lasciato, così da dotarci degli strumenti adatti a combatterlo per minimizzarne gli effetti.
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