HomeSebina e FranciacortaAssalto al caveau, per il Riesame non c’è l’aggravante mafiosa

Assalto al caveau, per il Riesame non c’è l’aggravante mafiosa

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I giudici lo ricordano in più passaggi. «Per poter affermare la ricorrenza del metodo mafioso non basta il mero collegamento dei soggetti indagati con contesti di criminalità organizzata». È il punto di partenza dell’ordinanza del tribunale del Riesame di Brescia che ha fatto cadere l’aggravante mafiosa nei confronti del gruppo di 29 persone arrestate per il tentativo di assalto al caveau della Mondialpol di Calcinatello che avrebbe potuto fruttare 83 milioni di euro, tanto quanto era contenuto nel deposito la sera dell’11 marzo scorso quando il commando che sarebbe dovuto entrare in azione fu bloccato in un capannone a Cazzago San Martino.

C’erano foggiani e calabresi, oltre a bresciani. Criminali, ma non mafiosi ha stabilito il Riesame. «Nella vicenda non solo non emerge un collegamento degli indagati con una famiglia di riferimento, ma soprattutto difetta la dimostrazione dell’elemento essenziale della forza intimidatoria evocativa del preteso vincolo associativo» spiegano i giudici accogliendo il ricorso dei difensori degli indagati. Che restano tutti in carcere perché ritenuti pericolosi.

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«Se è vero – si legge nell’ordinanza – che l’attenta pianificazione della depredazione, le modalità paramilitari di realizzazione attraverso l’impiego di uomini e mezzi e la disponibilità di armi comprovano una professionalità criminale propria di chi appartiene a gruppi organizzati, dall’altro lato tuttavia il dato organizzativo non è di per sé automaticamente dimostrativo dell’esistenza a monte di una consorteria la cui fama criminale come stata spesa al fine di intimidire le vittime del depredazione. Dalla condotta complessiva del gruppo si desume che la puntuale organizzazione, i mezzi impiegati e l’uso di armi anche da guerra fossero direttamente funzionali alla consumazione dell’assalto, al superamento di eventuali ostacoli nonché all’assicurazione del profitto del reato e eventualmente dell’impunità».

Secondo la Procura il gruppo aveva agito «al fine di agevolare l’attività di associazioni mafiose ed in particolare tramite Giuliano Franzè, residente in Valtrompia, per favorire l’insediamento nel territorio bresciano e comunque il rafforzamento della ’ndrangheta, ed in particolare della cosca cuoio di San Luca, nel tempo in cui tramite Tommaso Morra e gli altri cerignolani al fine di agevolare il rafforzamento del clan mafioso Piarulli-Ferraro e Di Tommaso operante in provincia di Foggia».

Il Riesame smonta però la tesi scrivendo che «il modus operandi del gruppo e le emergenze investigative depongono nel senso che a muovere i partecipanti fosse la mera finalità di lucro, di carattere personale, ovvero l’intento di trarre dal fatto criminoso vantaggio economico proprio».

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