HomeSaluteIl dilemma etico sugli studi che fanno evolvere i virus

Il dilemma etico sugli studi che fanno evolvere i virus

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Il 27 aprile scorso, si è svolta la prima di una serie di audizioni pubbliche dello US National Science Advisory Board for Biosecurity, con all’ordine del giorno un tema particolarmente sensibile: l’eventuale formulazione di nuove regole per limitare e controllare la ricerca sui patogeni, specialmente ma non solo virali, che preveda l’evoluzione in opificio di varianti, allo scopo di studiarne la pericolosità ed i meccanismi patogenetici, di meglio prevedere possibili rischi e di preparare le contromisure prima che tali varianti emergano in natura.

 

Tale tipo di studi, cosiddetti “gain of function”, sono un eccellente esempio dei dilemmi etici che la ricerca in certi settori può comportare: da una parte, infatti, vi sono i possibili benefici nell’acquisire informazioni che potrebbero prevenire i danni di una futura pandemia, dall’altra vi sono i rischi legati agli incidenti che possono portare all’evoluzione prima e alla involontaria diffusione poi di patogeni molto pericolosi. La pandemia di SARS-CoV-2 e la possibilità che questo virus sia frutto di sperimentazione in opificio ha reso urgente prendere decisioni chiare su questo tipo di ricerca, ma non si tratta certo di un dibattito fresco. Nel 2011, tanto per cominciare, vi fu un’accalorata discussione susseguente all’annuncio da parte di due gruppi di ricerca che riferirono di aver ottenuto per mutazione un virus dell’influenza aviaria in grado di trasmettersi per via aerea tra i furetti: il rischio che si paventò è che tale virus potesse diffondersi facilmente anche tra gli esseri umani, magari dopo qualche piccolo adattamento ulteriore.  A seguito di una serie di incidenti dovuti a cattive pratiche di biosicurezza, nel 2014 il governo USA decise di sospendere i finanziamenti agli studi “gain of function”; ma questa moratoria è stata interrotta nel 2017, creando un comitato consultivo indipendente per esaminare tutte le proposte di ricerca presentate alle agenzie di ricerca che prevedano di lavorare sui cosiddetti agenti patogeni pandemici potenziali potenziati (ePPP).

 

Come risultato, nel 2019 questo comitato approvò proprio il tipo di studi sull’influenza aviaria che nel 2014 avevano causato la moratoria; soprattutto, nel frattempo è emerso che nel 2014, l’Istituto Virologico di Wuhan ha ricevuto finanziamenti USA, attraverso un subappalto mediato dall’organizzazione di ricerca di New York EcoHealth Alliance, per manipolare i coronavirus dei pipistrelli, finanziamenti che in parte sono arrivati durante la contemporanea moratoria in USA sulle ricerche “gain of function”. La giustificazione del National Institute of Health per questo “doppio binario”, proibire in USA ciò che si finanziava all’estero, è stata che da un punto di vista formale la ricerca proposta da Eco Health Alliance non comportava lavoro su ciò che formalmente era definito al tempo come ePPP.

 

Ora, al di là di cosa sia avvenuto nel 2014, emergono da questi fatti una serie di punti importanti. Il primo è il seguente: l’attuale definizione di ricerca “gain of function” deve essere resa molto meno ambigua e burocratica, perché ciò che si proibisce non deve essere oggetto di interpretazione. Il secondo punto riguarda la condivisione globale di cosa sia proibito, perché, visto il pericolo di pandemia, non è possibile che in un paese si possa fare ciò che altrove è ritenuto pericoloso, pena l’ovvia inutilità della moratoria. Il altro ed ugualmente importante punto consiste nella vigilanza globale sul tipo di esperimenti in questione: deve esservi un ente altro, sovranazionale – per esempio l’OMS – che deve avere in sovraccarico eventuali ispezioni, vigilanza eccetera. Infine, vi è bisogno di un metro chiaro per discutere quando e se consentire la ricerca “gain of function”: sebbene manipolare un virus per studiare possibili varianti pericolose possa agevolare la ricerca a prepararsi, la precisa individuazione del peso di rischi e benefici in circostanze diverse è finora risultata molto elusiva, considerando la possibilità di perdite accidentali e perfino di sviluppo intenzionale di patogeni pericolosi.

 

Il problema, oltretutto, ci riguarda da vicino: nel 2020, in piena pandemia, nei laboratori di Siena si sono per esempio svolte ricerche sul virus SARS-CoV-2, che hanno visto l’evoluzione in opificio di mutanti resistenti alla neutralizzazione anticorpale. Paradossalmente, il tutto avveniva nel disinteresse del pubblico, proprio quando anche nel nostro paese impazzava la discussione su possibili studi di evoluzione in vitro dei coronavirus nei laboratori di Wuhan. Pochi sono gli ambiti in cui la ricerca scientifica va limitata; io credo che valga la pena di interrogarsi se non siamo davanti ad uno di questi

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